Quando una storia importante finisce, dobbiamo fare i conti con la solitudine. Quella che a prima vista ci spaventa è la solitudine oggettiva, esteriore. La solitudine vera è, invece, quella interiore ed emotiva. Si può essere soli in mezzo a cento persone più di quanto non lo si sia in compagnia di se stessi.
Generalmente l’isolamento è percepito come un nemico da cui fuggire. In realtà, se non ci facciamo prendere dalla disperazione, scopriremo che si tratta invece di uno stato psicologicamente fecondo: mentre c’invade la nostalgia del compagno che abbiamo perso, e quando ancora è solo un embrione il desiderio di colui che deve ancora venire, possiamo trovare dentro di noi quella donna inedita che poi sarà la protagonista del suo prossimo destino.
Nella perdita di una storia alla quale abbiamo dato tutte le nostre risorse senza risparmiarci la solitudine assume l’aspetto di un mostro terribile. Quando il bisogno di colmare il vuoto ci ha indotto a regalare tasselli della nostra anima, in cambio di illusioni impalpabili con cui riempirlo, la solitudine ci appare ancora più insopportabile. Ci mancano frammenti di noi stesse senza i quali non siamo in grado di valutare nella sua interezza il nostro mondo interiore ormai impoverito. Ci siamo ridotte a essere la metà di noi stesse. Tuttavia regalare quelle parti di noi era necessario per capire l’importanza che hanno nel contribuire alla nostra integrità. Dovevamo proiettarle al di fuori per essere in grado di riconoscere la loro grandezza e, attraverso la sofferenza della solitudine, reintegrarli in noi Io l’ho fatto.
Nell’apparente ritiro dell’io ho riscritto coi colori dell’arcobaleno: “io sono”.
Barbara Benedettelli





