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Non è vendetta è giustizia!

Non è vendetta è giustizia! - Diritto alla Vita
di barbara Benedettelli

“Torno su questo podio per cercare di prevenire la consumazione di una vendetta storica, tardiva e ingiusta, che comporterà l'invio di un uomo di quasi sessant'anni a morire in prigione per il corso naturale del tempo, o per le violenze che potrebbe subire... Il Brasile ha concesso l'amnistia ai militanti della sinistra, della destra e agli agenti dello Stato che nello stesso periodo hanno torturato giovani tra i diciotto e i vent’anni con scosse elettriche nei genitali e poi li hanno legati ai loro mezzi di trasporto uccidendoli. O li hanno gettati dagli aerei. Se diamo l'amnistia a tutti è moralmente legittimo, come è moralmente auspicabile, che il presidente del Brasile non punisca le persone che si trovano nel nostro paese, per fatti che noi prendiamo la decisione politica di non punire.”

Queste parole si leggono su O Globo. Fanno parte dell’arringa dell’avvocato Luis Roberto Barroso, legale di Cesare Battisti, tenutasi davanti alla Corte Suprema del Brasile l'8 giugno per decidere l’estradizione. Chiedere che un assassino torni nel suo paese a pagare il prezzo per le esistenze che ha rubato, non è vendetta storica. Si chiama giustizia. Non importa se arriva tardi. Deve arrivare. É un diritto per le Vittime e un dovere dello Stato. Ma come farlo capire a un paese che rivela candidamente al mondo di avere dato l’amnistia a chi ha commesso delitti degni di un film dell’orrore?

Non so cosa era il Brasile negli anni settanta, ma l’Italia sì. Le rapine a mano armata e i sequestri erano all'ordine del giorno. C'era una forma di “guerra civile” estrema, intimidatoria e violenta che si chiama terrorismo. Regnava il terrore assoluto. La morte.  I PAC (Proletari Armati per il Comunismo), di cui Battisti era un esponente, rapinavano a mano armata e intimidivano forze dell'ordine o privati cittadini che tentavano di fermarli. Erano  convinti che, essendo proletari e poveri, avevano il diritto di agire sopra la legge. I commercianti, che rischiavano la vita a ogni ora del giorno, decisero di armarsi anche loro. Per difendersi. Personalmente odio le armi. Sono per le lotte non violente fermamente convinta del potere delle parole giuste dette al momento giusto. Ma la legittima difesa era e rimane un diritto. Pierluigi Torregiani prima, e Lino Sabbadin poi, lo hanno esercitato. Non è servito a salvargli la vita. Due delitti per cui Battisti è stato condannato come complice e mandante sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il punto debole al quale i suoi sostenitori si appellano. Dimenticano però che i capi d'accusa sono 11: rapine, sequestro di persona, gambizzazioni, furti, banda armata e due omicidi attribuiti materialmente a lui: quelli di Antonio Santoro della polizia penitenziaria, e di Andrea Campagna, agente della DIGOS. Il nostro Cesare è un ex-terrorista. Un pluriassassino sfuggito alla sua condanna. Non è un eroe come l'omonimo patriota che lottò per l'Italia Unita.

Uomini grandi, che per cognome fanno Battisti, in Italia ne abbiamo avuti. Uno di loro - proprio in quegli anni violenti - allietava i cuori e le menti di tanti giovani, svuotandoli così dell'odio che impregnava ogni luogo di questo nostro paese. Si chiamava Lucio ed era un grande artista. In una canzone del 1994 cantava

Chi di noi il governato e chi il governatore son fatti che attengono alla storia. Chi fosse la provincia e chi l'impero non è il punto: il punto era l'incendio.” 

Se anche il rifugiando” Battisti fosse per davvero un uomo mosso da ideali politici, dal momento che questi presunti ideali hanno dato come risultato qualcosa di per niente presunto come la morte, allora le parole di questa canzone sono lì a dire:

“Non conta chi sei e da che parte stai. Non conta il perché di ciò che fai. È il prodotto della tua azione ad avere solidità e valore: è l'incendio che va considerato. Il fuoco che brucia grazie a un pensiero distorto,  immorale e disumano che si trasforma in azione armata. E uccide.”

Lui adesso vuole fare lo scrittore. In Italia anche i carcerati pubblicano libri. Può tornare. Qui non rischia la vita. Non per mano della nostra giustizia, fin troppo garantista verso i condannati anche quando sono colti in flagrante mentre ammazzano la gente. E l'ergastolo, parliamoci chiaro, non è la pena perpetua che molti si aspettano.

La vita invece la rischiamo noi tutti se diamo i messaggi sbagliati.

L’avvocato Barroso ha concluso la sua arringa dicendo: “meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Quattro persone erano in piedi quando sono morte. I loro familiari non possono più dire che "la vita è bella" come ha fatto la fidanzata dell'ergastolano mancato alla notizia della scarcerazione. Di certo, la vita, chi è stato ammazzato senza pietà avrebbe voluto viverla sino a una fine tarda e naturale, che magari arriva proprio mentre sei in ginocchio, a raccogliere un fiore profumato. Alberto Torregiani, colpito accidentalmente dal padre mentre si difendeva dai suoi assassini, è su una sedia a rotelle da quando aveva quindici anni. Per lui l'ergastolo è certo, come la morte di suo padre. Allora “moralmente legittimo” è chiedere giustizia, dove per giustizia si intende: tentativo di ristabilire un ordine laddove è stato infranto attraverso la restituzione del bene danneggiato o, se ciò non fosse possibile, pagamento di un prezzo che si possa definire adeguato. Il bene danneggiato sono più vite, più esistenze. Il prezzo “adeguato” è la libertà.

L'articolo 49 della Carta Europea dei Diritti Umani al comma 3 recita: “Le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato”. Se lo sono a rimetterci è solo e sempre la vita. Barroso ha chiesto ai giornalisti di lasciare in pace Battisti. “Non è una celebrità che esce da Cannes, ma un uomo uscito da una prigione che ha interrotto il suo progetto di vita.”
Già. Un progetto di vita interrotto, come quello che avevano le sue numerose Vittime! Numerose sì. Perché ogni persona è parte di un mondo, che resta. 
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