“Ci tengo che le cose vengano fuori bene perché questo libro è un libro importante, perchè in questo libro non ci sono solo io c’è l’anima di tutte le persone che ho incontrato e queste persone vogliono che le cose cambino, perché forse non possono più salvare i loro figli ma qualche altro figlio si può ancora salvare”.
Può sembrare strano iniziare a leggere un’intervista dalla fine, eppure questa volta ho scelto di fare così. Barabara Benedetteli, autrice del libro “Vittime per sempre” ha chiuso così il nostro incontro, ed è strana questa raccomandazione per chi è abituato a fare interviste in cui la maggior parte delle persone sono concentrate su se stesse. La Benedettelli prima di salutarmi si preoccupa dei protagonisti del suo libro, con fare quasi materno . Uno dei momenti più toccanti del suo libro riguarda l’incontro con la mamma del piccolo Tommaso Onofri, che sensazioni conserva di quei momenti con lei?
Anche ora che hai detto “il piccolo Tommaso Onofri” ho avuto un brivido… è una storia incredibile quella di quel bambino e della forza di sua mamma. Una forza che l’ha spinta oltre il dolore per il bene dell’altro suo figlio. In quei giorni infatti la donna ripeteva in continuazione “tenetemi in piedi perché ho delle responsabilità verso mio figlio”. Pensa, il senso di responsabilità che ha la mamma di questo bambino nonostante il dolore ... e non ce l’hanno i carnefici; dico questo, in riferimento al senso di responsabilità, da un punto di vista più ampio, non solo riguardo Tommy. Credo che noi tutti dovremmo riuscire a mettere al primo posto la responsabilità di quello che facciamo, invece facciamo di tutto, anche la legge fa di tutto, per scaricare questa responsabilità.
Il libro che hai scritto ha la firma prestigiosa di Rita Dalla Chiesa nella prefazione, volevo chiederle se secondo lei c’è una differenza tra i parenti delle vittime che hanno subito la matta bestialità, se così possiamo chiamarla, rispetto a chi è stato vittima di una strategia malavitosa o della superficialità dello stato stesso.
Questa è una domanda che mi fanno spesso, ed è anche giusto farla, diciamo che le differenze ci sono nella fase che porta a compiere un atto ma quello che interessa a me rivelare con questo libro è che ciò che conta è il risultato di quell’atto. Ed il risultato di quell’atto è lo stesso per tutti. La sola grande differenza, quando si parla della morte di un caro, è tra una morte naturale (alla quale prima o poi ti rassegni proprio perché è stata la natura a fare il suo corso) ed una morte violenta. Quando si parla di una morte violenta il dolore di chi resta si riempie anche delle modalità in cui la morte dei loro cari è sopraggiunta, dell’ingiustizia, del fatto che alcune di queste morti si sarebbero potute evitare; nel caso di Tommaso Onofri, per tornare a quello, Alessi era già stato giudicato in primo grado ed in appello ed era stato giudicato colpevole di stupro aggravato con sequestro di persona. Io dico: come si può lasciare in libertà fino al terzo grado di giudizio una persona che si è macchiata di un crimine così efferato? Forse dobbiamo cominciare a cambiare la nostra testa; mi viene spontaneo pensare a Yara perché credo che sia una storia che ha toccato tutti, e perchè fa capire che certe cose possono succedere a tutti… addirittura sembra che questa bambina avesse strappato dell’erba prima di morire, quindi questo ti fa capire cosa deve aver patito quella bambina prima di morire. Se noi non cambiamo la nostra cultura giudiziaria, il nostro sistema penale, se non troviamo il coraggio di punire senza sentirci in colpa per questo continueremo ad avere Yara, Sara, Tommaso. Bambini, donne, uomini restituiti in questo modo terribile. Questo è quello che cerco di dire con il mio libro: sono una romantica, idealista, forse sono presuntuosa, ma credo che ognuno di noi possa fare qualcosa nel suo piccolo perché siamo tutti in qualche modo legati e non possiamo fregarcene pensando che tanto è successo a qualcun altro e non può succedere a noi, perché in effetti stiamo vedendo che questi crimini colpiscono chiunque.
Pensi che questo problema giudiziario, che questa mancanza di coraggio nella denuncia dei crimini, siano un problema italiano?
No purtroppo no, noi continuiamo a dare la colpa all’Italia ed ai magistrati ma per quello che riguarda la cultura giudiziaria in fatto di omicidi tutta la cultura Europea tende a guardare il reo ed a dimenticare la vittima, troppo spesso ci si dimentica che i parenti delle vittime continuano a subire quell’atto omicidiario in eterno; soprattutto in Italia ed in Europa la vittima viene troppo spesso addirittura colpevolizzata. Questo non dobbiamo permetterlo più ed invece continuiamo a farlo anche perché il nostro sistema giudiziario lo permette. La corte europea ora si sta adeguando cercando di permettere alla vittime (attraverso i famigliari o gli avvocati) di svolgere un ruolo attivo di difesa durante il processo, cosa che fino a questo momento mancava
Tutta questa curiosità, questa morbosità che forse è iniziata trent’anni fa vicino il pozzo di Vermicino in cui era precipitato Alfredino Rampi, è controproducente rispetto all’educazione, alla cultura ed alla crescita di cui parlava?
Bisogna fare una distinzione, un Corona che entra dalla finestra di casa Scazzi è un eccesso ed è sempre negativo e .
Però forse perché io lavoro in tv, non penso che sia un male mostrare certe realtà, se pensassi che fosse un male non avrei scritto il libro che ho scritto. Io queste persone le mostro nude nel loro dolore e queste persone vogliono che si sappia che quel dolore è un dolore che rimane per sempre; noi possiamo guardare la tv, soffrire nel rivivere i racconti di queste persone e poi soffriamo talmente tanto che abbiamo bisogno di spegnere la tv e distaccarci da quel dramma.. Quelle storie però le guardano anche i magistrati, gli avvocati e li portano a percepire l’intimità dolorosa e sofferente di queste persone che forse li accompagna fino al tribunale portandoli a valutare in maniera un po’ meno distratta e burocratica un omicidio. Credo che sensibilizzare sia fondamentale. La cronaca in tv, fatta in un certo modo, è fondamentale secondo me, del resto siamo nell’era delle immagini e non possiamo vedere solo cose belle perché le cose brutte ci sono, accadono, e devono essere mostrate.
Nel caso di Erika ed Omar, quella che è stata la carnefice è stata vittima anche in un altro modo, di qualcosa?
In questo senso io sono per la severità.. Durante il processo contro Erika ed Omar la PM ha citato una poesia di Montale in cui si dice che il ricordo delle persone che non ci sono più rimane sul fondo dell’abisso proprio come è successo durante tutto il processo di Novi Ligure, e le vittime, in quel caso, non sono Erika ed Omar ma la mamma ed il fratellino di Erika. La mia opinione personale è che questi due ragazzi devono assumersi la responsabilità personale di quel che hanno fatto… vedi noi abbiamo un articolo della costituzione, il 27, in cui si dice che le pene non devono essere degradanti o disumane, ed io sono d’accordissimo come sono d’accordissimo tutte le persone che ho intervistato, i parenti delle vittime, nessuno chiede la pena di morte, però dell’articolo 27 della costituzione non si cita mai il primo comma, che è quello in cui si dice che la responsabilità penale è personale e questo ha un doppio significato: da una parte vuol dire che ognuno è responsabile solo del delitto che ha commesso e quindi vuole anche dire che del delitto che commetti tu sei responsabile, cioè non si è condannabili per dei delitti che non si sono commessi, ma se si è commesso, allora di quel delitto si è responsabili in prima persona. Credo che i colpevoli possano capire veramente solo se pagano fino in fondo la loro pena, fino all’ultimo momento. Omar è uscito dopo nove anni, ora ti faccio io una domanda: secondo te la vita di una donna di quarant’anni e la vita di un bambino di dodici valgono quattro anni l’una?
Credo che la cosa grave nel caso di Omar sia il desiderio di sfuggire alla realtà poiché non appena tornato in libertà ha dichiarato di voler vivere in un ambiente in cui non si sappia chi è e di quale crimine si sia macchiato…
È proprio questo il punto, il fatto che loro vogliano dimenticare e che il nostro sistema giudiziario glielo permetta. E loro non devono dimenticare come non dobbiamo dimenticare noi… l’assassino che ha veramente capito la gravità del suo gesto non vuole dimenticare e non vuole che gli altri dimentichino.
La condanna è molto pubblicizzata nel nostro sistema giudiziario e le famiglie delle vittime alla fine accettano questa condanna, quello che fa male è il modo in cui queste pene non siano mai effettive. Allora come fai ad educare una persona, anche adulta e formata, se poi gli dai la possibilità di condurre la sua vita normalmente.
Mentre parliamo mi viene in mente la mamma di una vittima, una mamma diversa dalle altre perché accusata del delitto del proprio figlio. Penso ad Anna Maria Franzoni, che idea ha su di lei?
Ammesso che sia realmente colpevole io metto da parte le madri.
Anche in questo bisogna sempre pensare al prima, nello specifico di questo caso non dobbiamo sottovalutare la depressione post partum . La depressione è una malattia grave che non dobbiamo sottovalutare. Sottovalutare la depressione post partum è la cosa peggiore che si possa fare, perché una madre in quelle condizioni può commettere degli atti estremi. Nel caso in cui ci si trovi effettivamente davanti ad una madre che ha ucciso il proprio figlio credo però che la pena sia già tutta lì, nel momento in cui una donna si rende conto di quel che ha fatto, quella condanna al dolore, all’ergastolo, ce l’ha a vita; tant’è che se è stata Anna Maria Franzoni ad uccidere suo figlio pare che lo abbia rimosso, che non se ne voglia rendere conto. •







