Una scrittrice si cala nelle vesti dei personaggi che racconta. Io l'ho fatto gettandomi dentro i secondi nei quali si è cristallizzato un universo di colori di ogni tonalità e sfumatura, e ne è nato un altro cupo. Scuro.
Sono entrata nell'orrore diventando vittima ma anche carnefice, e spettatore. Ho voluto suscitare sdegno, rabbia e anche schifo. Ho provocato un movimento nell'anima di chi si è seduto o disteso per leggere. Rifiuto. Disgusto nel trovarsi di fronte a uno spettacolo che non si aspettava. Fa male. Esattamente quello che volevo.
Ho evidenziato una fine non naturale, non accettabile. Una morte che se non mostrata rimane un punto nero rispetto alla nuova luce di cui il male, come un abile illusionista, riveste chi compie il piu' atroce dei delitti.
Mi sono inabissata nella trama vero-simile di un horror avvenuto per davvero e ho usato le mie viscere per donare al lettore la ferocia di un attimo che altrimenti mai si sarebbe appoggiato nella sua anima. Un momento fissato per sempre solo nell'esistenza di chi resta: vittime su vittime condannate all'abisso profondo di un dolore ineliminabile. Uomini e donne che tentano di dare un significato profondo e universale a quel lampo che ha modificato il moto del loro destino.
La vicinanza di queste persone mi ha spinta a desiderare di modificare le cose. A fare, in un certo senso, politica. Ero e rimango convinta che con forza e determinazione, con una convinzione lucida e attiva, qualcosa si può ottenere per ristabilire giustizia dove non c'è. E qualcosa, da quando abbiamo cominciato a pronunciare le parole del nostro cuore, da quando abbiamo sollevato, ognuno per un altro, un polverone al quale non è possibile restare indifferenti, è cambiato.
GLI AUTORI
Gli autori Barbara Benedettelli e Claudio Brachino sono marito e moglie. Una coppia nella vita, ma anche nel lavoro. In televisione lo sono dal 2002 con il programma Top Secret. Nell'editoria con il libro scritto a quattro mani " I delitti del condominio".
Un libro dal quale è scaturito il bisogno di stare vicini ai parenti delle vittime di omicidio per aiutarli ad ottenere una giustizia vera. Perchè alla fine di tutto, il dolore di chi rimane è la sola condanna definitiva. Una condanna all'ergastolo che nessun patteggiamento e nessuna grazia può eliminare. Gli autori si muovono in campi diversi affinchè la giustizia possa assumere un valore universale. Come recita l'articolo 49 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea "Le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato".
STRALCI DAL LIBRO
La storia di Christa Wanninger
....È il 2 maggio 1963, sono le 14.30, e al civico 81 della via Emilia, a Roma, la Wanninger saluta la portinaia con un sorriso appena accennato. I capelli biondi sono sciolti sul viso, gli occhi grandi hanno il colore del cielo. Troppo bella per passare inosservata. L’ascensore è già pronto per portarla al quarto piano dove vive un’amica austriaca, Gerda Hoddap. Ma qui la bella tedesca in cerca di notorietà si trova ad essere, suo malgrado, protagonista assoluta di un delitto atroce che si svolge in un grande palazzo pieno di gente. La sua parte è quella della vittima. La recita è lunga quanto l'eternità. La prima pugnalata giunge all'improvviso, le buca il cuore, sono in tutto venti i colpi che la feriscono a morte....
....Ai margini della scena sette condomini si muovono come figuranti. Hanno visto qualcosa, o meglio, qualcuno. Un estraneo, non uno del palazzo. Forse l’assassino. Un assassino che indossa un elegante completo blu. Il co-protagonista che agendo da il via alla trama, poi scompare. Per Christa, la giovane aspirante attrice venuta dalla Germania ad inseguire un sogno, la consistenza di quel mondo a lungo immaginato assume il tono e il volume del marmo. Proprio come quello del pianerottolo in cui si trova ora. Neanche un vero luogo. Solo una sorta di anticamera al di là della quale si svolgono le vite. E' qui che l'azione principale comincia e finisce. Un ciack soltanto, quanto basta per morire....
....Dopo oltre vent’anni dal delitto che ha reso tristemente famosa Christa Wanninger, il suo assassino ha un nome, ma lei non ha giustizia. Guido Pierri è riconosciuto colpevole di omicidio aggravato, ma incapace di intendere e volere al momento del reato. Dunque non è punibile. Non va in carcere e neanche in manicomio. E' libero di continuare a vivere. Christa invece ha dovuto morire a soli ventitrè anni....
....In questo delitto, è vero, non ci sono prove in grado di ritenere Pierri, al di là di ogni ragionevole dubbio, colpevole. Ma spesso accade che, anche quando la colpevolezza è certa, i criminali non vengano puniti abbastanza perchè, a torto o a ragione, fanno loro un alibi perfetta: la follia, e momentanea per di più. Quale migliore mezzo per farla franca? È certamente più semplice anche per lo psichiatra forense dire, e constatare, che un assassino ha agito al di fuori della capacità di intendere e volere. E' difficile, anche per chi lo fa di mestiere, dover ammettere che invece la pazzia non c’entra....
... Ma perché, mi chiedo, ci deve essere distinzione nella pena tra chi agisce con consapevolezza e lucidità, e chi invece agisce in un «momentaneo» o definitivo stato di assenza di sé? Un delitto è un delitto, un fatto che è tale al di là di come è stato compiuto e da chi. È, per usare le stesse parole che usa la legge per distinguere i reati, mala in se e non mala quia proibita, male perché proibito. Le vittime non hanno avuto circostanze attenuanti. Il raptus dal quale sarebbe stato colto Pierri ha prodotto lo stesso risultato del ragionamento lucido di un altro assassino: la morte. Una morte tragica e prematura. Quella che appunto, per tornare alle prime pagine di questo racconto, dovrebbe appartenere al ciack di un film invece che alla vita vera.






